08/06/17

Testimonianze del pellegrinaggio a Santa Maria Succurrente - Madonna di Valliano

TESTIMONIANZE DEL PELLEGRINAGGIO A SANTA MARIA SUCCURRENTE MADONNA DI VALLIANO

23 APRILE 2017


Una Scuola vive quando c’è un Popolo che umilmente chiede la Grazia di riconoscere il Supremo bisogno, quello di essere educato ed educare.

Alcune testimonianze fatte durante il Pellegrinaggio alla Madonna Succurrente di Valliano in data 23/04/2017 organizzato da Don Stefano (Bubi), Don Claudio, Don Roberto e un gruppetto di amici delle Scuole Karis.


  1. Alba Sarpieri, addetta alla cura del parco della Comasca
  2. Emanuela Castellucci, insegnante 3C Primaria “Il Cammino”
  3. Colette Renée, insegnante madrelingua Scuole Medie e Licei
  4. Lara Travaini, genitore
  5. Ciro Antonio Mami, alunno 5A Liceo Classico “Dante Alighieri”
  6. Jone Sarti, cuoca Scuole Karis Rimini
  7. Federico Iommi, genitore

1) Intervento di Alba Sarpieri, addetta alla cura del parco della Comasca

Mi chiamo Alba. Sono una bisnonna e mi è stato chiesto di raccontare cosa ha significato per me incontrare questa realtà (la Scuola).
Provo a rispondere come ho risposto a quella foglia che mi chiedeva perché la raccolgo per poi distruggerla. Le dico: “Attraverso questa Scuola sono alla ricerca di qualcosa, cerco il senso e il significato di quello che faccio, perché se non mi è chiaro questo, non ha senso e non lo farei neanche per tutto l’oro del mondo.
Cerco la bellezza, perché è il modo più bello per collegarmi alla grandezza e Bellezza che significa per me il rapporto con Dio.
Cerco la verità, perché altrimenti non potrei continuare; è solo attraverso un rapporto sincero con le persone che lavorano in questo luogo, che io posso trovare e sperimentare.
Cerco l’amore e attraverso le persone che mi vogliono bene posso riconoscere, farne esperienza, ed essere grata a Dio perché attraverso queste persone, questa scuola bellissima, tanti ragazzi bellissimi e questa foglia, io cerco, trovo, scopro e riconosco quel fiore sotto le foglie, che mi dice tutto senza parlare e IO SONO MOLTO FELICE.

2) Intervento di Emanuela Castellucci, insegnante 3C Primaria “Il Cammino”

Mi è stato chiesto, in pochi minuti, di raccontare la mia esperienza di insegnante nella"Karis". Fin da i primi anni, ha vinto in me uno stupore commosso per come sono stata guardata. Qualcuno era interessato a tutto di me, anche ai miei limiti. Questo sguardo mi ha segnato la vita e mi ha educata.
Un esempio. Io non amavo cucinare per svariate ragioni. E quasi me ne vantavo. Il giorno del battesimo del mio quarto figlio la Lella mi regala l’Artusi. Sono stupita e interdetta. Cosa c’entra quel libro col battesimo? Solo nel tempo ho capito che io avrei dovuto guardare tutto di me, anche il mio non cucinare. Dopo qualche anno mi chiede: “So che fai dei risotti buonissimi, che tipo di riso usi?”.
Qui ho rifatto l’esperienza che al centro di tutto sta la Persona; allo stesso modo, anche la RELAZIONE tra alunno e insegnante ha il suo punto sorgivo nella passione commossa per il suo e mio Destino. I miei scolari sono un bene per me, perché mi chiedono un passo.
Ricordo un mio alunno, molto intelligente, ma che scriveva in modo così illeggibile da faticare a correggere i suoi elaborati. Un giorno ho deciso che li avrei corretti mentre lui stesso me li leggeva. Io mi ero piegata a lui. Questo mio passo ha permesso l’inizio di una novità nella relazione, perché l’alunno ha fatto l’esperienza che io avevo mollato su una richiesta incessante e continua, e cioè provare a scrivere meglio; finalmente non aveva più sentito solo una mia pretesa, ma un interesse per lui e per quello che scriveva… la grafia poi è anche migliorata nel tempo.
Ogni volta che ho preso sul serio il rischio insito nell’educazione, ne è scaturita una relazione che non finisce mai.                  
Che cos’è l’amore se non il piacere, il gusto, la novità che nasce rischiando tutto di me! Quando sboccia questa passione e accade il dono della reciprocità, la didattica passa per osmosi e senza ribellioni, anzi l’alunno è liberato dalla pretesa dell’insegnante, perché vince in lui la stima che sente su di sé, e percepisce il giudizio come una semplice correzione. La didattica ne esce esaltata, a volte anche amata. E’ un imparare insieme. La prima verifica di una sana relazione educativa è se l’alunno impara, partecipa, collabora all’atto educativo.
Nel mio lavoro di insegnante sono stata educata anche ad essere madre dei miei figli e per questo ringrazio la Karis. Lo dico, anche perché, proprio in questi giorni, mia figlia Lucia mi ha ricordato con le sue parole la stessa esperienza che ho fatto anch’io come mamma; mi scrive: “Mi commuove che esista un luogo dove io desidero lasciare mio figlio, cioè il suo asilo! Una mamma pensa che non ci sia nessuno che conosca meglio di lei il bisogno del proprio bambino. Invece, entrando in quell’asilo sono conquistata dalla percezione che ci sia qualcuno che sappia voler bene a Pietro più di quanto ne sia capace io..”
Ecco, io mi chiedo cosa abbiamo visto, noi, nella Karis per commuoverci fino a desiderare di farne parte, liberamente, come alunni, insegnanti e genitori.
Un esempio. Il Presepe Vivente non è semplicemente un’esperienza consegnata all’ambito religioso. Quello che ci sta a cuore è comunicare che lì riaccade la Bellezza, quel fatto storico che ha cambiato il cuore del mondo. Dopo ogni Presepe chiedo ai miei alunni di produrre un testo. Una di loro conclude così: “In Duomo qualcuno ci ha letto una lettera dove si raccontava di persone che hanno perso la loro casa nel terremoto, io ho ascoltato poco, perché era troppo bello per me guardare Gesù, Giuseppe e Maria”. Per molti giorni, questo giudizio semplice e puro mi ha accompagnata con un brivido di nostalgia”. Che sguardo invidiabile!
Ma c’è un aspetto del mio lavoro che io ritengo sia il segno evidente di una dinamica educativa reale e desiderabile. Più volte ho capito che l’educazione implica sempre una relazione tra insegnanti, una reciprocità di sguardo. Non può mai essere l’esito di uno sforzo individuale. Ricordo un campeggio estivo di diversi anni fa a Madonna di Pugliano; si celebrava la messa per ricordare la salita al cielo di 2 bambine morte alcuni anni prima in un incidente. Avevamo preparato e curato il gesto nei minimi particolari. Mi ero commossa e avevo vissuto con intensità quel momento. Ma, alla fine della celebrazione, chi guidava il campeggio mi si è avvicinata e mi ha detto: “Ehi! Guarda il tuo alunno! ha un maglione così grosso che ha caldo! Non ti sei accorta?”. Per educare io ho bisogno di un altro. Scrive Camus: “Non si può essere maestri senza avere a propria volta un maestro, dal quale imparare la grandezza della vita”.
Nessuno di noi insegnanti nasce “imparato”. I miei limiti, la mia pochezza sono sempre lì a ricordarmi la dipendenza da un “altro”. Il luogo privilegiato dove, insieme, guardiamo il bisogno dei nostri bambini è il collegio docenti.
L’educazione è uno scambio. Il mio sguardo non è sufficiente per capire come aiutare quel bambino nel suo particolare bisogno. E’ un attimo perdere di vista il metodo e scivolare in un semplice richiamo morale o tecnico. Infatti, l’alunno deve poter fare l’esperienza della gratuità e che a me interessa tutto di lui, anche la sua brutta grafia o un maglione troppo grosso. Per sperare che il nostro tentativo abbia un qualche effetto sul bambino, lui deve poter fare l’esperienza di tutta la Bellezza del reale dentro ad una preferenza.
Se l’educazione accade è perché, sempre, si segue un metodo. Il metodo mi sostiene e mi corregge. L’originalità della scuola dove lavoro è caratterizzata da questo metodo che ho provato a raccontare.
Penso che non possiamo avanzare nella conoscenza di qualcosa se non siamo attratti dal bene che si nasconde dentro ad ogni relazione, perché non c’è conoscenza senza amore.

3) Intervento di Colette Renée, insegnante madrelingua Scuole Medie e Licei


Mi hanno chiesto qualche anno fa: “Ma tu, come sei finita qui?”
“Non è questa la domanda da fare,” ho risposto. “La domanda è: perché ci rimango?”
Già da subito avevo capito che la mia esperienza alla Karis sarebbe stata molto diversa dall’esperienza di lavoro in altre scuole, ma dopo due anni alla Karis, avevo iniziato a capire, ad intravedere qualcosa, una cosa che mi incuriosiva e che mi attirava. Avevo avuto diverse possibilità di andarmene, opportunità interessanti da diversi punti di vista, ma ho deciso di rimanere, una decisione che si riconferma quotidianamente nonostante le tante fatiche. Perché?
Quattro anni fa quando sono arrivata non avrei mai pensato di ritrovarmi qui con voi oggi a raccontarvi l’esperienza che vivo ogni giorno. Ho sempre amato insegnare, ma non sapevo quanto stare nelle nostre scuole avrebbe insegnato a me. Andando avanti, mi sono formata un’ipotesi, un’idea su quello che facciamo qui e il senso della nostra scuola, sia per l’esperienza educativa che offriamo ai ragazzi, sia per il valore educativo per me. 
Quando mio figlio aveva 7 anni, spesso piangeva perché non sapeva se avere fede o meno, soprattutto se credere in concetti così astratti e difficili per i bambini come il paradiso e l’inferno. Da tipica americana, mi sforzavo per mostrare evidenze, per dare una logica alla fede, ma era inutile. Un giorno, quasi per caso, ne ho parlato con Don Claudio e lui mi ha dato una risposta molto semplice: il paradiso non è altro che la comunione, l’inferno non è altro che la divisione, e di queste realtà le nostre esperienze sono già testimone. Mi incuriosiva questa risposta e mi ha fatto riflettere molto. Mi sono resa conto di avere molto da imparare da chi mi stava attorno.
L’anno scorso quando abbiamo iniziato a preparare la gita in Grecia, abbiamo scelto come filo conduttore “l’altro”: la visione, il dialogo e la conoscenza dell’altro per condurci verso la consapevolezza di noi stessi. In Grecia ho visto il frutto del lavoro d’insieme. Ho tenuto gli occhi aperti e ho guardato in faccia “l’altro”: sì la Grecia, ma soprattutto in questo caso i miei colleghi, il preside, i miei alunni. E lì in quell’esperienza ho riscontrato il valore di ciò che facciamo, il valore del lavoro d’insieme. Quell’ipotesi che mi ero fatta sul senso di quello che facciamo, il perché della nostra scuola, lì in Grecia si è verificata. Osservando i miei colleghi, lavorando di fianco a loro e facendo tesoro di ciò che loro sono e sanno offrire, ho realizzato una parte del mio tragitto. Sì, perché come diversi nostri padri ci ricordano, nessuno viene salvato da solo. Insieme camminiamo. Insieme percorriamo la strada che ci porta ad essere noi stessi, ad essere, nelle parole di sant’Ignazio d’Antiochia, veramente umani.
E questo è il motivo per cui io rimango. Qui, nel confronto con l’altro, con i miei colleghi e i miei alunni, giorno dopo giorno percorro quella strada che mi porta dall’essere un individuo all’essere una persona.
Questa è la mia storia. Per questo rimango. Voi, perché rimanete?

4) Intervento di Lara Travaini, genitore

Mio marito ed io abbiamo sempre ritenuto l’educazione dei nostri figli una priorità. Decidere quale impronta voler dare al loro cammino di crescita ha significato, e significa ancora oggi, un costante impegno nell’interrogarci sulle priorità da trasmettere, partendo dai loro bisogni e preferenze.
Abbiamo quindi ritrovato nello stile educativo e pedagogico della Karis una linea comune per permettere di accompagnare al meglio l’educazione e istruzione dei nostri figli. Sicuramente non è stata una scelta facile iscrivere Cecilia alla scuola Karis: avrebbe significato dover investire non solo risorse economiche (aspetto comunque molto rilevante per la nostra famiglia), ma anche di tempo, di attenzione da dedicare in particolare a Cecilia, quando a casa c’erano altri sette fratelli. La decisione di iscrivere Cecilia alla scuola media della Karis è stata presa insieme a tutta la famiglia, nella consapevolezza che investire sull’educazione significa creare un’opportunità di vita e vera crescita e confronto. Questa nostra aspettativa è stata completamente soddisfatta durante il percorso scolastico di Cecilia: all’interno della Karis abbiamo trovato un ambiente di crescita con professori attenti alla persona, ai suoi bisogni e alle sue esigenze, alla sua istruzione; un luogo di crescita globale e collettiva, che aiuta a diventare dei cittadini responsabili, in grado di ragionare con la propria testa e di confrontarsi; una scuola che prepara a quella che chiamiamo “l’arte della diplomazia” (elemento di cui ci sarebbe tanto bisogno nel mondo). La Karis ha permesso a Cecilia di fortificare la fiducia nelle sue competenze e capacità, valorizzando le sue risorse piuttosto che sottolineando le sue sconfitte. Attraverso il percorso scolastico di Cecilia abbiamo potuto osservare quanto sia stato importante per lei confrontarsi con una realtà in grado di ascoltarla e considerarla come una persona in grado di scegliere e motivare le proprie scelte. Per questo motivo abbiamo poi pensato di iscrivere anche la Lucia (investendo nuovamente tante risorse) alle scuole Karis, per poter dare anche a lei la possibilità di crescere attraverso un’educazione all’autonomia, libertà e democraticità. Investire sui nostri figli significa per noi poterli accompagnare in una crescita che li renda cittadini riflessivi e partecipativi, realmente interessati a ciò che succede oggi nel nostro, ma anche loro, mondo.
Concludendo volevamo ringraziare tutti quelli che ci hanno permesso di conoscere questa realtà e ci hanno aiutato e sostenuto in questa scelta, nella speranza di svolgere al meglio il nostro ruolo genitoriale.

5) Intervento di Ciro Antonio Mami, alunno 5A Liceo Classico “Dante Alighieri”

Mi chiamo Ciro e frequento il quinto anno del liceo classico, ho avuto la fortuna di crescere nelle scuole Karis, dalle elementari fino alle superiori. Mi è stato chiesto di raccontare ciò che questo percorso ha significato per me, e non è facile, ma non ho potuto rifiutare, poiché mi è stato chiesto proprio quando per la prima volta, dopo quasi tredici anni in queste scuole, ho preso piena coscienza della grandezza di questo luogo e ho sperimentato una gratitudine piena per essere in questa strada. Questo è accaduto in gran parte grazie al viaggio di istruzione in Grecia al quale, circa un mese fa, ho partecipato insieme a tutti i ragazzi dei due trienni dei licei Karis; devo premettervi che quanto vi dirò sono cose che avrete già sentito tante volte: che in questa scuola gli insegnanti hanno una grande attenzione verso gli studenti, che sono interessati alla persona ecc.. Io stesso ho più volte sentito queste frasi, ma non avrei mai potuto ripeterle prima di adesso, poiché non sono mai state mie, dopo un'esperienza del genere invece si; adesso posso dire a gran voce che non esiste un luogo come questo. Un posto dove gli insegnanti si muovono mesi e mesi prima per preparare il viaggio di istruzione, dove per mesi studenti e professori passano interi pomeriggi a scuola a preparare esperienze che saranno presentate poi agli altri alunni durante il viaggio; e questa attenzione non si ferma alla preparazione, perché anche durante il viaggio stesso gli insegnanti sono sempre stati protesi ad assicurarsi che gli studenti comprendessero il significato della gita: restando svegli ogni sera fino a tardi per preparare al meglio la giornata successiva. Per raccontare un piccolo aneddoto: mi è capitato un giorno in Grecia, scendendo da un sito archeologico, di sentire due professori preoccuparsi e domandarsi se gli studenti stessero comprendendo a pieno il senso del percorso di quei giorni; ecco un interesse del genere per me è commovente! Ci terrei a raccontare un'altra grande cosa accaduta durante il viaggio d'istruzione; tutti voi immagino abbiate in mente quanto un viaggio, così come una vacanza, per quanto bello, possa essere un ostacolo poi nel tornare alla propria vita quotidiana, rischiando di diventare una parentesi di serenità e felicità che poi nel confronto rende ancora più opprimente la vita di tutti i giorni. Tanto più quando il ritorno dal viaggio coincide, come nel mio caso, con l'avvicinarsi alla fine del liceo e in un qualche modo col proiettamento nel mondo "dei grandi", che tanto spaventa, tuttavia questa gita non è stato un ostacolo, bensì, grazie appunto a tutto il percorso che ci è stato fatto compiere e che purtroppo non ho il tempo di illustrarvi, un aiuto a vivere a pieno questi ultimi mesi di scuola così come tutto quello che dovrà venire. Per concludere, vi ho confessato all'inizio che solo ora, alla fine di questi anni, comprendo il valore che la scuola ha avuto per me, questo certamente può essere motivo di rammarico, ma allo stesso tempo è profondamente paradigmatico, perché la maturità di comprendere queste cose, vi assicuro, non me la sono data da me, ma evidentemente è frutto di una strada che, senza che io me avvedessi, mi ha formato. Da ultimissimo, come ha già detto Don Claudio, questa scuola non è fatta solo di insegnanti e studenti, ma fino a qualche anno fa durante le elementari era svolto anche il catechismo in preparazione alla comunione, ecco io ci terrei a ringraziare una persona che dopo i miei genitori è stata colei che in questi anni più mi ha voluto bene: la mia catechista Anna.

6) Intervento di Jone Sarti   cuoca Scuole Karis Rimini

Mi chiamo Ione e da 31 anni lavoro come cuoca alle scuole della Karis.
Sono tanti anni che faccio da mangiare per i bambini di questa scuola e posso dire che questo mi ha cambiato la vita. Ho conosciuto la realtà della Karis perché avevo bisogno che qualcuno portasse a scuola il mio secondo figlio Alessandro, visto che avevo Marco molto piccolo. C'erano amici, come Giorgio Zanzani e Giancarlo Biondini, che me lo avrebbero accompagnato tutti i giorni, così ho conosciuto questa realtà, che ha cambiato la mia vita molto di più di quello che allora avrei potuto immaginare.
Poi c'è stato l'incontro con tre persone che da subito mi hanno voluto bene. Io devo ringraziare la Lella perché si è fidata della Lauretta Biondini, una cara amica molto affezionata alla scuola, e che mi ha voluto qui a lavorare. Mi ricordo il rapporto con l'Alda Torri, maestra all'asilo di San Giuseppe al Porto. Mi ricordo le chiacchierate con lei mentre i bambini all'asilo dormivano; quando mi aiutava a stare diversamente davanti a quello che a me non andava bene. Io volevo ripagare con la stessa moneta, come si dice, chi magari mi faceva un torto e lei cambiava sempre le cose in bene. Mi ha insegnato un sacco di cose. Ricordo che una volta l'Alda mi fece un regalo, mi regalò una bellissima borsa senza un motivo apparente, così GRATUITAMENTE.
Poi ci siamo trasferiti a Bellariva e lì sono stati fondamentali i rapporti con l'Anna Carli, direttrice della scuola materna, e la Paolina Rastelli. Che fatica ho fatto quando sono venuta a lavorare alla Comasca, dove sono adesso....che fatica lasciare quelle che ho sempre chiamato: le mie maestre!
Io non sono una professoressa, io non ho studiato, ma so che questa scuola aiuta a crescere molto, anche chi non studia. Non insegna solo la didattica, ma educa le persone, tutte....io ne sono sicura perché io sono cambiata tanto.
La gratitudine io l'ho imparata qui, perché non sono perfetta, anche io ho i miei difetti. Magari faccio da mangiare per i bambini e dico: "Oh, ci sono anche i preti oggi a cui preparare da mangiare...uffa" E dopo lo faccio. Poi magari arriva uno che non ha la merenda, un ragazzino che non ha fatto la colazione....la porta della cucina che dà sul corridoio è sempre aperta, non fanno altro che aprirla ....per me però è una cosa grandiosa: io faccio quello che so fare e sto bene. E' questo che ho imparato dentro questa scuola....è qui che impari.
Come si fa a non essere pieni di gratitudine in un luogo che percepisci essere un bene per te e per tutti quelli che stanno lì?
Molti mi chiedono: "Perché dici sempre di sì?" Io dico sempre di sì perché sento che sto bene. Non sono brava io, sono stata aiutata a vivere l'accoglienza e la disponibilità.
L'altro giorno al ragazzo che ci porta la spesa, la Michela, che lavora con me, ha dato un pezzo di pizza e lui: "A me??? Ma non è mai successo..." A quello che portava la verdura facevo il caffè, perché arrivava la mattina molto presto e lui: "Non mi è mai successo da nessuna altra parte che qualcuno mi abbia fatto il caffè". Pensa te! Che aridità c'è fuori però! Ma del resto non può essere che così se per primo non sei accolto e aiutato te.
Qualche tempo fa ero in macchina con il mio ultimo figlio, Francesco, che è sacerdote e mi ha chiesto: "Mamma, ma tu e il babbo come avete fatto a iscriverci a queste scuole? Cosa ti ha spinto a resistere nel tenermi qui, anche quando io me ne volevo andare?" Io gli ho raccontato che tutto è partito per un bisogno, ma che poi è diventata una realtà di cui non puoi più fare a meno. Lui ha proprio capito che qui c'era una cosa importante per me.
La scelta che abbiamo fatto per i nostri quattro figli è stata sicuramente impegnativa a livello economico, io non lavoravo, lavorava solo mio marito...eppure dico sempre che rifarei tutto da capo. Il bene di questa scuola l'ho visto anche nei miei figli, perché sicuramente questa realtà ha contribuito a farli crescere e diventare come sono adesso. E io sono orgogliosa di avere dei figli così! Alla mia Annalisa tempo fa ho detto: "Non è che vi possa lasciare chissà che cosa...." e lei mi ha risposto: "Tu ci lasci il bene che ci hai sempre voluto, mamma". Ecco, il bene è una cosa che i miei figli hanno sempre percepito, ma non perché sono stata brava io, io sono stata educata. Quando vedo quelle famiglie chiuse, che sono solo loro...credono di bastare a se stessi, ma non è così.
L'altro giorno Bubi e don Claudio sono rimasti sorpresi perché Bubi prima della benedizione pasquale ai ragazzini mi ha chiesto: "Ione, cosa devo dire ai ragazzi?" e io gli ho detto: "Dì che sono fortunati a stare dentro questa scuola, perché sono voluti bene".
Questa scuola è una ricchezza per tutti, anche per chi vi resta in contatto solo per poco tempo.

7) Intervento di Federico Iommi, genitore

Anche quest'anno a gennaio abbiamo fatto le preiscrizione dei nostri figli per il prossimo anno scolastico.
Ho tre figli che già frequentano le scuole della Karis e a settembre inizia l'asilo anche la mia quarta figlia.
Tutti gli anni questa scadenza mi fa riaprire gli occhi sulle mie possibilità economiche e mi fa decidere di nuovo quali sono le priorità per me e i miei figli.
La situazione difficile del lavoro non aiuta in questa scelta. La crisi si sente ancora e anche se io e mia moglie lavoriamo entrambi la spesa per la scuola è quella più impegnativa.
Poi è successo che una sera dopo cena con alcuni amici si discute di questo tema. Anche loro hanno scelto come me il percorso della Karis. E viene fuori che ci sono famiglie che accettano volentieri una condizione di povertà pur di scegliere la scuola di cui sono convinti.
Questo fatto mi ha stupito e interrogato.
Che bellezza hanno visto per decidere così?
Perché uno deve arrivare a questo punto?
Perché alcuni nonostante la prospettiva certa della povertà decidono ugualmente di intraprendere o continuare questa strada?
In fondo mi sono detto che la sicurezza economica non basta. Forse è proprio il bisogno di uno sguardo appassionato al destino e al bene dei figli che spinge molti genitori a fare scelte impopolari, che molti giudicherebbero da incoscienti.
È più importante per i miei figli essere guardati e stimati per il loro valore infinito che non una perfetta acquisizione di nozioni. Se uno è cosciente del proprio valore diventa una risorsa per tutti, per la società intera.
Ho in mente alcuni colloqui con le maestre dei miei figli in cui mi è sembrato evidente di non essere solo nel difficile compito di essere padre. Mi sono sentito accompagnato. I miei figli, ognuno con le proprie e diverse difficoltà, stanno facendo loro passi, stanno crescendo.
La cosa che mi ha colpito della discussione di quella sera è che non dovevo far fuori niente di quello che sto vivendo: da una parte la durezza della condizione economica e dall'altra la ripresa di coscienza di ciò che conta veramente, della bellezza per cui ho scelto questo percorso educativo.
È una ferita che rimane aperta, che non mi lascia tranquillo, autosufficiente ma che mi costringe piuttosto a domandare, fino agli aspetti più concreti.


 









22/04/16

Don Giuseppe Maioli, un prete-prete

Don Beppe, un amico prete, ha terminato la sua corsa e ha mantenuto la fede, al punto da stupire anche il suo Vescovo, tutti gli amici, i parenti e chi lo conosceva.
Ecco l'omelia di Mons. Francesco Lambiasi, che ha celebrato la Messa insieme a Mons Giovanni Tani, compagno di studi di don Beppe e più di 90 sacerdoti.
Tantissime le testimonianze personali del bene diffuso da Don Beppe hanno sancito pubblicamente la fama di questo sacerdote umile e santo fino alla sua dolorosa malattia e morte.

(Don Giuseppe Maioli 1947 - 2016)

Omelie - Don Giuseppe MAIOLI

Un pastore innamorato
In memoria di don Giuseppe Maioli
Omelia del Vescovo nel corso della celebrazione esequiale
Rimini, Chiesa della Riconciliazione, 16 aprile 2016


"Questa è la volontà del Padre mio: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno" (Gv 6,39). E' un frammento del brano che ci è stato appena annunciato. Ed è il vangelo proclamato in tutte le lingue del mondo, proprio nel lezionario della santa Messa dell'ultimo giorno del pellegrinaggio terreno del nostro amatissimo fratello Giuseppe. A questo punto, sorelle e fratelli, ci tocca fare un doppio esercizio di traduzione: dobbiamo trasporre questo vangelo nel linguaggio della vita e traslare la vita nel lessico del vangelo. Così potremo scrivere un'altra pagina di quel "quinto evangelo" che Gesù vuole redigere a più mani: le sue e le nostre. Mi faccio perciò aiutare da don Giuseppe a imbastire questa omelia che vorrei fosse più sua che mia.
1. La buona notizia recapitataci dal quarto vangelo che abbiamo ascoltato poco fa è la più bella, la più incredibile e sorprendente che ci potesse venire comunicata questa mattina. La volontà del Padre per la quale Gesù si è giocata l'intera esistenza non è una inesorabile condanna a morte per noi suoi figli amati, scelti e chiamati, ma è l'esuberante fioritura della nostra vita. Ma allora perché siamo qui oggi a piangere per la morte di questo fratello che ci è stato e ci sarà per sempre tanto caro? Perché il Signore non ha ascoltato la preghiera che gli abbiamo rivolto per la sua guarigione? In molti avevamo chiesto la grazia per un pieno, pronto ristabilimento della sua salute, e abbiamo affidato questa grazia alla preghiera di don Giussani e del nostro don Oreste, ma lui ci diceva: "Non chiediamo al Signore di fare la nostra volontà. Chiediamogli la grazia di essere capaci di fare la sua. Qualunque essa sia". E qui occorre notare che questa scheggia del testamento spirituale di don Giuseppe fa rima baciata con il testamento di Maria alle nozze di Cana: "Qualunque cosa (mio Figlio) vi dirà, voi fatela" (Gv 2,5).
         Ma l'incondizionato compimento della volontà di Dio don Giuseppe non l'ha desiderato solo nella fase terminale della sua vita terrena. E' stato piuttosto il cantus firmus di tutto il suo percorso. Ecco cosa scriveva al vescovo Mariano in data 8 dicembre 1995. "Eccellenza, confermo per iscritto la mia disponibilità al trasferimento nella parrocchia di S. Ermete. E' una conferma che faccio volentieri, perché ho sempre pensato che l'obbedienza al Vescovo sia una condizione necessaria al cammino verso la santità. Prego il Signore che quanto si è realizzato a S. Martino in questi anni, possa continuare indipendentemente da me".
         Un messaggio di così limpida, gratuita disponibilità ad orientare la bussola del proprio cammino sulla stella polare della volontà di Dio, il nostro "Don" l'aveva espresso in una geniale versione musicata del Salmo 127, ancora oggia cantata in tanti campi-scuola: "Se il Signore non costruisce la città / invano noi mettiamo pietra su pietra. / Se la nostra strada non fosse la sua strada/ invano camminiamo, camminiamo insieme".
         Anch'io posso dare una testimonianza di come don Giuseppe abbia misurato fino all'ultimo il "peso" del suo apostolato non con la bilancia dell'efficienza organizzativa, ma unicamente con il parametro della fede. In uno degli ultimi giorni della sua degenza in ospedale, mi raccontava che Bruno, suo compagno di stanza, il giorno in cui veniva dimesso, rivolgendosi a don Giuseppe gli diceva: "Era scritto nel disegno di Dio che io venissi ricoverato qui, proprio in questa camera e proprio in questi giorni. C'ero venuto arrabbiato con Dio. Ora ne esco pacificato con il Signore e con il mondo. Caro Don, tu mi hai cambiato la vita". E don Giuseppe commentava grato e commosso: "Fosse stato anche per uno solo, la mia vita e il ministero sacerdotale ne sarebbero valsa la pena".
2. Don Giuseppe Maioli era stato ordinato sacerdote per la nostra Chiesa, nel giorno del suo onomastico, nel 1971. Membro attivo di Comunione e Liberazione fin alle origini del movimento, non si sentiva sdoppiato tra diocesi e CL. Era amante della montagna e della pittura, della musica e del bel canto. Da due anni don Giuseppe aveva dovuto fare i conti con una grave malattia, un tumore che non lasciava scampo. E lui l'ha vissuto in piena, consapevole attesa: come l'offertorio della Messa, come la consacrazione che sigilla una intera esistenza.
         Di don Giuseppe quando si è detto prete, si è detto tutto. No, non era un clericale: era proprio un prete-prete. Lo era con tutto se stesso: mite, tenace, trasparente e innamorato, forte e tenerissimo. Aveva capito che per amare le persone, bisogna imparare a perdere. Per questo voleva bene a tutti, senza mai legare nessuno a sé. Ed era contento. Spesso diceva: "Non saprei immaginarmi diverso da quello che sono". Che miracolo, un prete contento! Domenica scorsa ho concelebrato la Messa con lui. Prima di cominciare siamo rimasti da soli per un minuto. Gli ho chiesto: "Lo sai, vero, che per te questa è l'ultima Messa? Come la vuoi celebrare?". Mi ha risposto con un lampo negli occhi: "Come la prima". Dopo il vangelo - era quello della triplice domanda di Gesù a Simone di Giovanni: "Mi ami?" - quando gli ho spalmato le palme delle mani con l'olio degli infermi, mi sono sentito investito da ondate di profumo che venivano dal crisma della sua ordinazione. Alla fine ci ha lasciato il suo testamento: "Ogni volta che ho celebrato la Messa - era arrivato al suo 45.mo di ministero - mi sono sempre fermato sulle parole centrali: Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue". E calcando l'aggettivo "mio", mi è sembrato volesse dire: In questo momento - non perché io sia bravo, ma perché il Signore mi ha scelto e amato - io sono tutt'uno con lui. Ho qui tra le mie mani la sua vita che diventa la mia, e la mia che diventa la sua". L'Eucaristia fa della vita del prete un corpo donato, che continua a versare sangue...
         Oggi riconosciamo che, alla fine, il miracolo c'è stato, e quale miracolo! Quello di non aver vissuto la morte come una disgrazia, uno scacco matto, un brutto incidente di percorso, ma come un incontro, un appuntamento atteso e sorprendente, come l'inizio di una festa senza fine. Un giorno mi aveva voluto confidare la sua preghiera. L'aveva imparata da una parrocchiana, tutta paralizzata: "Gesù, io sono tuo". Ed era felice quando gli chiedevamo di farcela ripetere.
         Ora che tutto è compiuto, chiediamo al Signore che, dopo averlo stretto nel suo abbraccio, quanto prima ce ne mandi almeno un altro, come lui.
Francesco Lambiasi

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